Cavaliere dei Cavalieri
Così inventò un nuovo modo di cavalcare
Chi era questo Caprilli?
Nel 1937sulle pagine del “Corriere del Tirreno” usciva un articolo così intitolato ”Alla vigilia dell’inaugurazione della grande stagione ippica livornese – Federigo Caprilli “il cavaliere dei cavalieri” al cui nome s’intitola il rinnovato Ippodromo D’Ardenza”. Quelle due parole “il cavaliere dei cavalieri” spiegano tutto.
“Ghigo” era proprio livornese purosangue con radici profonde in questa città. Come dice l’atto anagraficon. 1058 del 1868 del Comune di livorno: “E’ comparso davanti a me etc. etc., in data primo Maggio Caprilli Enrico il quale etc. etc. mi dichiara che alle ore cinque antimeridiane dell’otto Aprile corrente in questo Comune, nel popolo di Santi Jacopo in Acquaviva, nella Via del Passeggio, casa propria (attualmente Viale Regina Margherita n.17) piano terzo, da sua moglie Rossi Elvira, nacque una creatura di sesso mascolino alla quale pose i nomi: Federigo Olinto”.
Perché è noto in tutto il mondo questo cavaliere?
E’ grazie al suo metodo basato sulla perfetta fusione del binomio cavallo-cavaliere, che la scuola italiana si è imposta sui campi ippici portandola a fama mondiale. Mentre prima di lui vi erano in Italia istruttori spesso educati all’estero, con Caprilli e dopo sono gli stranieri che vengono in Italia ad istruirsi e perfezionarsi nel nuovo metodo naturale di montare a cavallo e ben tretatre nazioni manderanno i propri ufficiali a frequentare la Scuola di Cavalleria di Pinerolo dove Caprilli fu direttore dei corsi di perfezionamento per istruttori di equitazione.
Bisogna, prima di tutto, aver sempre presente che cosa rappresentava alla fine del diciannovesimo secolo e agli inizi del ventesimo secolo questo animale chiamato “cavallo”. Era il compagno fedele dell’uomo per le sue fatiche operose sia in pace che in guerra. Persone più qualificate di me hanno scritto che Caprilli, come innovatore dell’arte del cavalcare ha per eguale, in cinquemila anni di storia equestre, solo Senofonte che, come è noto, studiò una progressione per l’addestramento dei cavalli che teneva conto anche della natura dell’animale.
Caprilli, inizialmente ostacolato dai tradizionalisti anche nell’addestramento militare, studiando l’animale in libertà, dimostrò che, portando le reclute e i cavalieri in campagna ed applicando la sua didattica, basata sulla semplicità e sulla praticità, riusciva ad ottenere in pochissimo tempo dei saldi cavalieri.
L’assetto in avanti, l’abolizione del morso usato nella Cavalleria dell’epoca e la semplificazione delle azioni erano questi i principi base.
Già da qualche anno era considerato il più straordinario fra i cavalieri militari sia per lo studio scientifico dell’arte equestre, allora ancora importantissima, sia per i risultati ottenuti.
Il momento cruciale che lo rivelò al grande pubblico internazionale fu il primo confronto sportivo e organizzativo del Concorso Ippico Internazionale di Torino del 1902.
Qui conquistò il premio dell’Imperatore di Germania in estensione con il cavallo Black-Best dopo aver uperato la riviera a di m. 6,50, ma quello che fece scalpore di fronte ai migliori cavalieri di tutta Europa, è che superò un ostacolo verticale, con il cavallo Melopo, di, nientemeno, metri 2,08, record mondiale.
Il segreto del metodo è all’origine semplice, ma era questione di scoprirlo e Caprilli, osservando a lungo, studiando da terra i movimenti del cavallo ad ogni andatura e specialmente al salto, e studiando il modo per poterlo assecondare senza dargli sofferenze, andando insieme al cavallo con una solida inforcatura con la gamba naturalmente cadente, assecondandolo nella ceduta per agevolarlo a prendere il suo equilibrio naturale rivoluzionò l’equitazione dell’epoca. Egli lavorò tantissimo, provando e riprovando anche con centinaia di cadute che gli provarono fortemente il fisico, ma dimostrò a tutti che la strada intrapresa era quella giusta, tanto che il suo Metodo, lui vivente, fu adottato ufficialmente dall’Esercito Italiano. Quando ormai erano riconosciuti i suoi meriti e andavano formandosi alla sua scuola eccellenti istruttori e cavalieri, nel 1907, a soli 39 anni, ebbe un malore mentre era in sella, cadde da cavallo e morì.
Un omaggio ci viene dall’Inghilterra dove l’equitazione è ancora tanto sentita perché ha un popolo amante della natura, dei cavalli, dello sport; Caprilli viene definito “The supreme innovator” ed a Stoneleigh, presso il Centro Equestre Nazionale inglese, a metà agosto si disputa il “Prix Caprilli Championship”, in cui i partecipanti vengono giudicati soprattutto per il loro assetto in sella. Anni fa sulla rivista “Riding”, che è fra le più diffuse al mondo perché va in tutti i paesi di lingua anglosassone, compresi Stati Uniti d’America, Australia, Canada e Nuova Zelanda, un tecnico come Elwin Hartley Edwards scrisse un appassionato articolo su Caprilli e il suo metodo esportato ed applicato in ogni paese, e concluse con queste parole:”A Tor di Quinto (e a Passo Corese n.d.r.) c’è un busto del Capitano Federigo Caprilli. Sarebbe bello pensare che ve ne sia uno in ogni scuola di equitazione del mondo”.
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